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Possiamo davvero tutti fare tutto?

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Stagione 3 - Puntata n° 21
Anteprima della puntata:

Abbiamo accesso a tutti gli strumenti e la conoscenza del mondo.
La motivazione è tutto?
Quando la volontà non è bastata per ottenere quello che volevi?

10 CONCETTI EMERSI DALLA PUNTATA

  1. La narrazione del “tutti possono tutto” sui social crea aspettative irrealistiche.
  2. Non ogni percorso è replicabile: servono contesto, risorse e tempi compatibili.
  3. Il successo esibito su LinkedIn spesso omette fatiche, fallimenti e supporti esterni.
  4. Le piattaforme premiano chi si espone, ma questo può penalizzare chi ha altri stili comunicativi.
  5. L’idea che basti “volerlo davvero” per ottenere risultati è fuorviante e pericolosa.
  6. La pressione a mostrarsi sempre performanti può causare insicurezza e ansia da confronto.
  7. Non è detto che esporre ogni passo della propria crescita sia utile o necessario.
  8. Accettare i propri limiti non significa arrendersi, ma fare scelte sostenibili.
  9. Serve uno sguardo critico su ciò che viene raccontato come “accessibile a tutti”.
  10. Molti risultati richiedono tempo lungo, pazienza e condizioni favorevoli non sempre replicabili.
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GLI SPUNTI NATI DA QUESTA LIVE

1. Non tutto ciò che è possibile è necessariamente utile o adatto a tutti

L’idea che “chiunque può fare tutto” su LinkedIn è falsa e rischiosa.

  • Esempio pratico: Una voce racconta di aver provato a imitare un creator molto seguito, ma si è sentita forzata e fuori posto.
2. LinkedIn amplifica i messaggi, ma non li rende automaticamente validi

Avere visibilità non equivale ad avere competenza o valore.

  • Esempio pratico: Una voce dice che ha ricevuto più like a un post ironico che a un contenuto tecnico preparato con cura.
3. Ognuno ha canali e linguaggi più adatti alla propria natura

Forzarsi a usare strumenti che non risuonano con il proprio stile porta frustrazione.

  • Esempio pratico: Una voce ha abbandonato l’idea di fare video perché si sentiva ridicola, e ha iniziato a scrivere newsletter con maggiore successo.
4. Il mito del “personal brand” spesso si trasforma in una gabbia

Mostrarsi sempre coerenti e “di successo” può diventare un lavoro extra e disumanizzante.

  • Esempio pratico: Una voce ha detto che non pubblicava più niente per paura di “rovinare il posizionamento” che si era costruita.
5. L’autenticità ha un costo, ma è più sostenibile nel lungo periodo

Esporsi con la propria voce reale porta meno risultati immediati ma crea relazioni più profonde.

  • Esempio pratico: Una voce ha perso follower dopo un post molto personale, ma ha ricevuto due proposte di collaborazione reali.
6. La crescita online richiede competenze, non solo buona volontà

Chi si improvvisa spesso si scoraggia, perché sottovaluta il lavoro necessario.

  • Esempio pratico: Una voce ha ammesso di aver investito tempo senza risultati, finché non ha chiesto aiuto a un professionista.
7. Alcuni contesti professionali non premiano la presenza sui social

Per certi ruoli o settori, è più utile lavorare in profondità offline che farsi vedere online.

  • Esempio pratico: Una voce ha deciso di chiudere il profilo LinkedIn aziendale perché i clienti arrivavano solo tramite passaparola.
8. Fare tutto da soli è un’illusione inefficace

Delegare parti della propria comunicazione può essere una strategia vincente.

  • Esempio pratico: Una voce ha iniziato a farsi aiutare da un copywriter freelance per tradurre in post le idee che aveva in testa da mesi.

DOMANDE GENERATIVE

Le domande che hanno generato un dialogo

È vero che chiunque può riuscire se si impegna abbastanza?

Ha acceso un confronto su meritocrazia, algoritmi, privilegi e storytelling tossico, mettendo in discussione la retorica motivazionale dominante su LinkedIn.

Che costi ha “farcela” secondo i canoni social?

Il gruppo ha discusso del prezzo personale pagato da chi mantiene performance costanti e presenza online forzata: tempo, salute, autenticità.

Come possiamo distinguere ispirazione da pressione?

Ha portato alla luce come certi contenuti apparentemente motivanti inneschino invece senso di inadeguatezza o urgenza fuori misura.

Quanto incide l’algoritmo nel nostro modo di raccontarci?

La discussione ha evidenziato come la logica della piattaforma plasmi il linguaggio, le storie che scegliamo di mostrare e persino la nostra immagine professionale.

DOMANDE TRASCURATE

Le domande che erano interessanti ma sono state poco considerate

C’è un modo sano di usare LinkedIn senza inseguire le metriche?

È stata posta da uno dei partecipanti ma non ha trovato continuità: la conversazione si è spostata su esempi personali, lasciando in sospeso la questione strategica.

Chi resta escluso da questa narrazione del successo?

È emersa marginalmente ma senza uno spazio vero di confronto su diversità sociali, condizioni di partenza e linguaggi inclusivi.

Perché abbiamo bisogno di “funzionare” anche sui social?

Domanda potente che non ha generato uno scambio, anche se avrebbe potuto far emergere riflessioni su identità, confronto e visibilità.

La vulnerabilità è davvero apprezzata su LinkedIn?

È stata accennata senza approfondimenti: il tema è rimasto sullo sfondo, nonostante fosse legato a vari esempi emersi nella puntata.

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