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Perché non parliamo mai di morte?

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Stagione 3 - Puntata n° 27
Anteprima della puntata:

Cosa rende la morte un tabù?
Perché sarebbe utile parlarne?
Come si fa a parlarne?

10 CONCETTI EMERSI DALLA PUNTATA

  1. La morte è uno dei grandi tabù della nostra cultura, spesso evitata anche nei contesti educativi e professionali.
  2. Parlare di morte non significa essere cupi, ma riconoscere un elemento inevitabile dell’esistenza.
  3. Evitiamo il tema della morte perché ci mette di fronte alla nostra vulnerabilità e finitezza.
  4. Molte scelte di vita, anche professionali, vengono fatte come se fossimo eterni, ignorando limiti di tempo ed energie.
  5. Quando si è costretti a confrontarsi con la morte (malattia, lutto), molte priorità si ristrutturano.
  6. I luoghi di lavoro raramente accolgono il dolore o la perdita, mantenendo un’idea di efficienza disumana.
  7. Riconoscere la morte come parte della vita apre lo spazio per vivere con maggiore intenzionalità.
  8. Molte persone non hanno strumenti né linguaggio per affrontare il tema con i propri cari.
  9. L’assenza di ritualità condivisa intorno alla morte lascia spesso spaesati e isolati nel lutto.
  10. Parlare apertamente di fine vita può essere liberatorio e migliorare anche la qualità della relazione presente.
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GLI SPUNTI NATI DA QUESTA LIVE

1. La morte è ancora un grande rimosso nella comunicazione professionale

Sui social, soprattutto su LinkedIn, si evita sistematicamente ogni riferimento alla fine, alla perdita, al lutto.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che ha perso un genitore ma non ha mai trovato il coraggio di scriverne nemmeno un accenno sul profilo professionale.
2. Evitare il tema della morte ci rende più fragili davanti a essa

L’assenza di parole alimenta paura, vergogna e solitudine quando la si attraversa.

  • Esempio pratico: Una voce dice che quando un collega è morto, nessuno ha saputo cosa dire, e tutto è stato trattato come un tabù da archiviare in fretta.
3. Parlare della morte non è morboso, è umano

Il silenzio crea più imbarazzo di una condivisione onesta e misurata.

  • Esempio pratico: Una voce ha scritto un post sul lutto per la perdita del cane e ha ricevuto centinaia di commenti grati per aver rotto il silenzio su un dolore “non professionale”.
4. Le aziende non sono preparate a gestire il lutto di dipendenti e collaboratori

Mancano protocolli, spazi e linguaggi per accompagnare chi vive una perdita.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che dopo la morte del padre ha ricevuto una mail con: “Se puoi consegnare tutto entro domani sarebbe meglio”.
5. La morte svela la qualità reale delle relazioni professionali

È nei momenti di perdita che si distingue chi si espone con cura da chi si protegge dietro ai ruoli.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che un cliente le ha semplicemente scritto: “Prenditi tutto il tempo. Ci sono.” e questo gesto le è rimasto impresso più di mille bonus ricevuti da altri.
6. Parlare della morte può rendere più autentico anche il racconto del lavoro

Riconoscere la vulnerabilità rafforza l’umanità delle relazioni.

  • Esempio pratico: Una voce dice che dopo un lutto ha deciso di cambiare il modo in cui parlava di leadership, inserendo il tema del limite e del tempo che finisce.
7. C’è bisogno di parole nuove, non pietistiche, per raccontare la morte

Il vocabolario usuale è spesso goffo o staccato dalla realtà vissuta.

  • Esempio pratico: Una voce dice che si è sentita più vista quando un’amica ha detto: “Non so cosa dire, ma ti penso ogni giorno” invece delle frasi fatte.
8. Aprire uno spazio di dialogo sulla morte può rafforzare i legami nella comunità

Chi ascolta senza fretta chi sta attraversando un lutto costruisce fiducia profonda.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che durante una live, qualcuno ha condiviso la morte di un collega e il gruppo si è unito in ascolto, interrompendo il programma del giorno.

DOMANDE GENERATIVE

Le domande che hanno generato un dialogo

Perché la morte è assente dai nostri discorsi pubblici, soprattutto sui social?

Ha dato il via a uno scambio diretto su rimozione, imbarazzo e costruzione di un’immagine “sempre produttiva” che esclude fragilità e perdita.

Quali sono gli effetti del non parlare mai di morte?

Il gruppo ha discusso di anestesia emotiva, paura amplificata e solitudine nei momenti di lutto, a causa della mancanza di narrazioni condivise.

Che posto ha il lutto nei contesti professionali?

È emerso quanto sia difficile portare il dolore sul lavoro: spesso lo si nasconde o si torna “alla normalità” troppo in fretta, senza spazio per elaborare.

Parlare di morte cambia il modo in cui viviamo?

Ha acceso riflessioni profonde sul valore del tempo, sulle priorità e su relazioni che assumono un significato diverso se si tiene conto della finitezza.

DOMANDE TRASCURATE

Le domande che erano interessanti ma sono state poco considerate

Si può fare divulgazione o personal branding affrontando anche la morte?

È stata accennata ma non approfondita: non sono emersi esempi pratici né strategie per comunicare argomenti così delicati in pubblico.

Come parliamo della morte con i bambini?

Domanda posta brevemente ma non raccolta: il gruppo è rimasto su un piano adulto, evitando il tema dell’educazione alla perdita.

La morte sui social è vista come debolezza o verità?

Riflessione emersa ma subito superata da altri commenti: non si è aperto un confronto diretto sul linguaggio pubblico del dolore.

Che traccia lasciamo online quando moriamo?

Suggestione interessante ma solo evocata: non si è entrati nella questione dell’eredità digitale o della memoria virtuale.

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