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Parole parole parole: serve davvero “allungare il brodo”?

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Stagione 3 - Puntata n° 55
Anteprima della puntata:

Verità lapalissiane, post molto lunghi, serie televisive ridondanti, libri dalle infinite pagine. Tutte queste parole servono davvero? E se fosse più importante un pensiero breve e coinciso? Siamo capaci di arrivare al punto?

10 CONCETTI EMERSI DALLA PUNTATA

  1. Molti professionisti usano un linguaggio eccessivamente prolisso per sentirsi più credibili.
  2. La chiarezza comunicativa è spesso penalizzata a favore della complessità inutile.
  3. “Allungare il brodo” può diventare una strategia difensiva per evitare di esporsi davvero.
  4. In alcuni contesti, la sintesi è percepita come povertà di contenuto, quando è lucidità.
  5. Chi comunica con parole semplici spesso è più ascoltato ma meno valorizzato.
  6. Il rischio di essere fraintesi porta alcuni a iper-spiegarsi in modo dispersivo.
  7. La quantità di parole usate non è garanzia di profondità.
  8. Tagliare il superfluo è un atto di rispetto verso il tempo e l’attenzione degli altri.
  9. Il valore di un messaggio si gioca nella densità, non nella lunghezza.
  10. Scrivere o parlare in modo sintetico richiede molto più lavoro che dilungarsi.
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GLI SPUNTI NATI DA QUESTA LIVE

1. Dire troppo può svuotare il significato

Quando le parole diventano eccessive, perdono peso e rischiano di distrarre dal messaggio.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che nei meeting aziendali i concetti semplici vengono spesso appesantiti da frasi lunghe, e il gruppo si perde dietro la forma.
2. A volte si parla tanto per evitare i silenzi scomodi

Il riempimento verbale serve a coprire imbarazzi, tensioni o mancanza di direzione.

  • Esempio pratico: Una voce dice che in certe riunioni si sente il bisogno di intervenire solo per non lasciare “vuoti”, anche se non c’è nulla da aggiungere.
3. “Allungare il brodo” può diventare una strategia per sembrare competenti

Alcuni usano parole complicate o discorsi lunghi per mascherare insicurezze o confusione.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che durante una presentazione un collega ha usato termini tecnici ripetuti e astratti, senza arrivare mai al punto.
4. Essere sintetici richiede più chiarezza mentale, non meno

Dire poco ma preciso è spesso più difficile che riempire lo spazio.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che impiega il doppio del tempo a scrivere mail brevi ed efficaci rispetto a quelle lunghe e dispersive.
5. Il linguaggio professionale tende a complicare il semplice

Si usano formule, circonlocuzioni e gergo per apparire “seri”, ma si perde immediatezza.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che ha dovuto rileggere tre volte un documento perché ogni frase era scritta in burocratese inutile.
6. Alcune professioni premiano chi parla tanto, non chi dice bene

Il valore viene spesso associato alla quantità di parole, non alla loro efficacia.

  • Esempio pratico: Una voce dice che in azienda chi si espone di più, anche senza dire cose utili, riceve più attenzione di chi è sintetico e concreto.
7. L’abitudine al parlato prolisso penalizza anche nella scrittura

Chi è abituato a “riempire” a voce spesso fatica a essere chiaro e diretto nei testi.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che rilegge i propri post LinkedIn e si accorge di aver scritto molto più del necessario.
8. Ridurre le parole non è sottrarre valore, ma renderlo visibile

Eliminare il superfluo aiuta a far emergere ciò che conta davvero.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che ha tagliato metà del testo di un discorso e il risultato è stato molto più incisivo e ascoltato.

DOMANDE GENERATIVE

Le domande che hanno generato un dialogo

Perché in certi contesti comunichiamo usando più parole del necessario?

Ha generato un confronto su insicurezza, bisogno di riempire il silenzio, desiderio di legittimarsi e abitudine a spiegarsi troppo per paura di non essere capiti.

Allungare il discorso è sempre una strategia sbagliata?

La discussione ha messo in luce che a volte diluire un concetto serve a proteggere, a negoziare o a dosare l’impatto di ciò che si dice, specie in ambito relazionale o lavorativo.

Qual è la differenza tra chiarezza e sintesi?

È emerso che essere sintetici non equivale sempre a essere chiari, e che alcune sfumature richiedono più tempo e parole per essere comprese davvero.

Chi decide quante parole “bastano” in una comunicazione?

Ha aperto un dialogo sul ruolo del contesto, del pubblico e dell’intento comunicativo nel definire quando una comunicazione è efficace o ridondante.

DOMANDE TRASCURATE

Le domande che erano interessanti ma sono state poco considerate

Quando allunghiamo il discorso stiamo proteggendo noi o l’altro?

Domanda posta ma non sviluppata: poteva portare a esplorare i motivi relazionali dietro le comunicazioni prolisse o indirette.

Che ruolo ha la cultura nella lunghezza dei discorsi?

Spunto lasciato sullo sfondo: non si è discusso delle differenze culturali nei registri comunicativi e nella tolleranza verso il “giro di parole”.

Esiste un “diritto al silenzio” nelle conversazioni?

Domanda interessante non ripresa: avrebbe potuto aprire un confronto sul valore delle pause, dei silenzi e della comunicazione non verbale.

Qual è il rischio di diventare troppo sintetici?

Accennata ma non approfondita: nessuno ha esplorato il rischio di perdere empatia, sfumature o complessità comunicativa in nome dell’efficienza.

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