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Come reagisci ai tuoi fallimenti?

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Stagione 3 - Puntata n° 62
Anteprima della puntata:

Errori, delusioni, reazioni, analisi sbagliate, problemi inattesi.
Come ti comporti

10 CONCETTI EMERSI DALLA PUNTATA

  1. I fallimenti fanno parte della vita professionale e personale, ma raramente vengono accettati serenamente.
  2. Molte persone li vivono come macchie da cancellare, non come tappe formative.
  3. Il giudizio sociale condiziona profondamente la percezione del fallimento.
  4. Riconoscere un fallimento senza perdere valore personale è una sfida culturale e psicologica.
  5. Fallire pubblicamente può avere un impatto più forte, ma anche liberatorio.
  6. Il fallimento non è sempre proporzionato all’errore: conta il contesto e l’interpretazione.
  7. Raccontare i propri fallimenti con lucidità aiuta anche gli altri a sentirsi meno soli.
  8. Chi non tollera l’errore in sé stesso fatica anche a gestire gli sbagli altrui.
  9. Reagire al fallimento con autoironia e analisi può trasformarlo in risorsa concreta.
  10. Fallire bene è un’abilità che si può allenare nel tempo, attraverso esperienza e riflessione.
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GLI SPUNTI NATI DA QUESTA LIVE

1. Il fallimento è spesso vissuto come un’etichetta, non come un evento

Quando si fallisce, si tende a pensare “sono un fallito” invece di “è andata male”.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che dopo aver chiuso un progetto lavorativo si è sentita inutile per mesi, come se quell’errore definisse tutto il suo valore.
2. C’è una differenza profonda tra errore pubblico ed errore privato

Gli sbagli visibili generano vergogna, quelli invisibili spesso senso di colpa.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che ha vissuto male il flop di un evento perché era stato annunciato ovunque, e sentiva gli occhi addosso.
3. Il primo riflesso dopo un fallimento è spesso quello di nascondersi

Ci si isola, si evitano confronti e si cerca di cancellare l’accaduto.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che dopo un errore in un progetto ha evitato di scrivere sui social per settimane, per paura di apparire debole.
4. Alcuni fallimenti aprono strade che non si sarebbero mai considerate prima

Quando una via si chiude, può obbligare a guardare altrove.

  • Esempio pratico: Una voce dice che ha iniziato a fare consulenza solo dopo che una startup in cui lavorava è fallita completamente.
5. Parlare del proprio fallimento con altri riduce il peso

Condividerlo lo ridimensiona e attiva nuove prospettive.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che solo dopo aver raccontato il proprio errore a una collega ha scoperto che lei aveva vissuto una cosa molto simile.
6. Non tutti i contesti permettono di fallire senza perdere credibilità

Alcune culture lavorative puniscono ogni errore, anche minimo.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che in azienda nessuno parlava mai dei propri sbagli per paura che venissero usati contro di loro nei feedback ufficiali.
7. La capacità di reagire al fallimento si allena nel tempo

Non si tratta di “resilienza innata”, ma di pratica emotiva e narrativa.

  • Esempio pratico: Una voce dice che ha imparato a tenere un diario in cui annota anche i piccoli fallimenti, per leggerli in modo meno assoluto.
8. Fallire in pubblico può diventare uno strumento di connessione autentica

Quando si racconta bene, un errore crea vicinanza più di un successo.

  • Esempio pratico: Una voce racconta che un suo post su un progetto andato male è stato il più commentato e condiviso dell’anno, proprio per la sua sincerità.

DOMANDE GENERATIVE

Le domande che hanno generato un dialogo

Che cosa chiamiamo “fallimento” nella nostra esperienza quotidiana?

Ha aperto un confronto su cosa rende un evento “fallimentare”: aspettative deluse, giudizi esterni, standard irrealistici o sensazione interna di non essere stati all’altezza.

Come reagiamo di fronte a un errore evidente?

Sono emerse risposte molto diverse: chi si blocca, chi si autosvaluta, chi cerca subito di recuperare, chi si isola o cerca una giustificazione immediata.

Qual è la differenza tra cadere e sentirsi “falliti”?

La discussione ha evidenziato come il fallimento venga interiorizzato non tanto per l’evento in sé, ma per il significato identitario che gli attribuiamo.

Che tipo di linguaggio usiamo con noi stessi dopo un fallimento?

Il gruppo ha riflettuto su auto-dialogo, tono mentale e parole che amplificano il senso di colpa o, al contrario, aiutano a riformulare l’esperienza.

DOMANDE TRASCURATE

Le domande che erano interessanti ma sono state poco considerate

Chi ha definito che quella cosa doveva andare “bene” in un certo modo?

Spunto importante ma rimasto sullo sfondo: nessuno ha messo in discussione le metriche con cui valutiamo successi e fallimenti.

Ci sono fallimenti che ci hanno fatto bene nel lungo periodo?

Domanda accennata ma non sviluppata: avrebbe potuto portare esempi di svolte, risalite o riposizionamenti nati da esperienze critiche.

Come cambia la nostra reazione al fallimento quando siamo osservati?

È stata evocata ma non approfondita: poteva aprire una riflessione su reputazione, vergogna e bisogno di apparire sempre competenti.

Chi ci ha insegnato come si reagisce a un fallimento?

Domanda lasciata in sospeso: nessuno ha parlato di modelli familiari, scolastici o professionali da cui abbiamo appreso – o ereditato – strategie reattive.

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